Nel mondo delle e-MTB stiamo vivendo una corsa ai numeri che ha poco di razionale e molto di pericoloso. Enrico Guala, intervenuto nel podcast francese En Roue Libre, lo dice senza troppi giri di parole: l'aumento continuo di potenza e soprattutto di livello di assistenza dei motori elettrici è "la caccia più pericolosa della storia del VTT".
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©Nicola Damonte
Un'affermazione forte, quasi allarmista, ma che poggia su basi concrete: normative europee, accesso ai sentieri e identità stessa della mountain bike sono oggi più a rischio di quanto molti vogliano ammettere.
CHI è ENRICO GUALA?
Soprannominato il "Papa dell'Enduro" per il suo ruolo simbolico e centrale nelle prime gare, fondatore di 4Guimp e consulente per Finale Outdoor Region, è una voce autorevole e ascoltata quando si parla di sviluppo sostenibile, territori e futuro del VTT. Enrico Guala è imprenditore e consulente nell'industria del ciclo ed è considerato uno dei protagonisti assoluti dello sviluppo della MTB moderna. È stato uno dei pilastri nella trasformazione di Finale Ligure in una delle destinazioni VTT più iconiche al mondo ed è co-creatore delle Enduro World Series. Attivo da oltre 40 anni nella promozione della mountain bike in Italia, ha contribuito a costruire a Finale un vero e proprio ecosistema economico legato al fuoristrada, capace di generare oggi oltre 150 milioni di euro e coinvolgere più di 400 realtà locali.

LA CACCIA AI NUMERI È DIVENTATA UNA DERIVA
Negli ultimi anni l'industria sembra essersi concentrata quasi esclusivamente su un mantra: più potenza, più coppia, più assistenza. Oggi si parla apertamente di livelli di supporto che arrivano all'800%, valori che secondo Guala sono già fuori dal perimetro delle regole europee. Il problema non è solo tecnico, ma politico e culturale: se si continua su questa strada, l'Unione Europea potrebbe smettere di considerare le eMTB come un'eccezione al type approval motociclistico.
Tradotto in modo molto semplice: targa, assicurazione, omologazione. E, soprattutto, fine dell'accesso libero a sentieri e trail. A quel punto non sarebbe più un problema di mercato, ma di sopravvivenza della pratica.
DALLA BICI ALLA MOTO: UN CONFINE SEMPRE PIÙ SFUMATO
La domanda che Guala pone è tanto semplice quanto scomoda: vogliamo restare ciclisti o vogliamo diventare motociclisti? Perché se l'eMTB diventa a tutti gli effetti una moto elettrica camuffata, allora il suo posto naturale non saranno più i sentieri, ma le piste da motocross.
Il rischio è reale: l'aumento di peso, velocità e accelerazione cambia il comportamento sui trail, aumenta i conflitti con altri utenti e rende sempre più difficile difendere l'accesso alle aree naturali. Se i sentieri si chiudono, non chiudono solo per "quelli con il motore grosso", ma per tutti.

USA E CINA: MERCATI DIVERSI, PROBLEMI NOSTRI
Un altro punto chiave sollevato nell'intervista riguarda l'origine di molti dei motori più potenti o facilmente sbloccabili. Stati Uniti e Cina hanno contesti normativi e territoriali molto diversi da quelli europei. Spazi enormi, meno vincoli, un'idea di mobilità e di outdoor che non è la nostra.
In Europa, 85 Nm di coppia sono già più che sufficienti per qualsiasi praticante, dal neofita all'utente esperto. Continuare a inseguire standard pensati per altri mercati significa importare problemi che poi ricadono solo su di noi. E quando i legislatori intervengono, di solito lo fanno in modo drastico e poco flessibile.
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UN'INDUSTRIA TROPPO OPPORTUNISTA?
Qui arriva forse l'accusa più dura: secondo Guala, il settore è stato troppo opportunista. Si è venduto tantissimo, si sono fatti numeri record, ma senza educare davvero gli utenti e senza porsi limiti. La potenza è diventata l'argomento di vendita più facile, quello che fa headline e brochure, ma anche quello che espone al rischio più alto.
Il paradosso è evidente: si rincorre la performance elettrica dimenticandosi il piacere di pedalare. E lo dice uno che si definisce prima di tutto un e-biker, non un motociclista con i pedali.
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©Nicola Damonte
CI SONO ALTRE STRADE (E NON SONO MENO INTERESSANTI)
Il punto forse più lucido del discorso è questo: lo sviluppo non deve per forza passare dalla potenza. Peso più contenuto, migliore gestione dell'energia, autonomia reale, durata delle batterie, naturalezza dell'assistenza, maneggevolezza. Sono tutti ambiti in cui l'innovazione potrebbe fare enormi passi avanti senza spingere l'eMTB fuori dal concetto di bicicletta.
Serve però una scelta chiara e, soprattutto, una responsabilità collettiva. Auto-limitarsi oggi potrebbe evitare imposizioni molto più dure domani.

METTERE UN TETTO, PRIMA CHE LO METTANO ALTRI
Il messaggio finale è chiaro e un po' inquietante: se l'industria non si dà un limite da sola, qualcun altro lo farà al suo posto. E quando succede, di solito è già troppo tardi.
La polemica è aperta, ed è una polemica sana. Perché riguarda il futuro della mountain bike, elettrica, ma anche di quella "normale". E forse è arrivato il momento di smettere di chiederci "quanto spinge" un motore, e tornare a chiederci se quello che stiamo guidando è ancora, davvero, una bici.



